Cosa dobbiamo farne delle statue

Statue colombo

L’omicidio di George Floyd da parte delle forze di polizia e la conseguente attenzione mediatica verso il movimento Black Lives Matter hanno riacceso importanti questioni su cui è necessario soffermarsi. Tra esse, una è fortemente legata alle statue e alla memoria di personaggi che, alla luce di una lettura oggettiva dei fatti storici, risultano essere quantomeno controversi. La domanda non è banale: cosa dobbiamo farne di monumenti, simboli, rappresentazioni artistiche, quadri, musica, film e libri e soprattutto di personaggi storici che portano con sé valori non più compatibili con l’attualità? Nel lungo dibattito che ne è nato in televisione, sui giornali ma soprattutto su internet, sembra essere essere necessaria avere già, subito pronta all’uso, un’opinione precisa, una posizione netta e immutabile. Se per chi legge così non fosse, combattuto tra idee contrastanti (come sta accadendo in questo momento anche a chi scrive), questo articolo raccoglie cronache, opinioni, commenti, giudizi, fotografie, approfondimenti, che possono aiutare ad avere un’idea più chiara: una sorta di mappa per orientarsi in argomenti complessi che non meritano risposte semplici.

Proteste america

Iniziamo con ordine, anche se ciò richiederà tempo: il 25 maggio George Floyd, un uomo afroamericano di 46 anni, è stato ucciso durante un violento arresto da parte della polizia. Le telecamere di sorveglianza e le testimonianze dei passanti dimostrano la brutalità degli agenti che, senza quasi alcuna reazione violenta da parte di Floyd, arrivano a farlo sdraiare a terra, lo ammanettano e lo bloccano al suolo, schiacciandogli di peso il collo e il torace. Floyd si lamenta, ripetendo “non respiro” per molti minuti, finché non perde coscienza sotto gli occhi degli agenti e dei passanti. Circa un’ora dopo viene dichiarato morto in un ospedale vicino.

Black lives matter
Migliaia di persone a terra con le mani dietro la schiena per ricordare il modo in cui è morto George Floyd, Colorado, 30 maggio 2020 (Michael Ciaglo/Getty Images)

Da quel giorno, sono migliaia i manifestanti del movimento Black Lives Matter a chiedere una fine alla brutalità della polizia e al razzismo delle istituzioni, negli USA ma anche a Londra o Amsterdam. Negli Stati Uniti ci sono stati intensi e lunghi giorni di protesta, fatti di cortei e manifestazioni pacifiche, ma con casi di scontri, violenze o saccheggi (a opera di bande che sanno ben mescolarsi coi manifestanti, minandone l’immagine), che hanno causato l’imposizione di un coprifuoco in molte città. Come ha sottolineato sempre Il Post con una preoccupante raccolta di video, però, non sono mancati episodi di violenza da parte della polizia, sia verso i civili (automobili guidate contro i manifestanti, persone, a volte anche anziane, spinte a terra, arresti violenti) che nei confronti di giornalisti o troupe televisive.

Proteste americane

I cambiamenti verificati dopo le settimane di protesta (ancora in corso: appare infatti come una delle più impegnate e determinate degli ultimi tempi) che più hanno fatto riflettere e generato dibattiti, e di cui più si è parlato, sono quelli in ambito culturale-simbolico. Ovvero i mutamenti che riguardano le statue, la memoria e i personaggi (anche -quasi- contemporanei) controversi, su cui ci soffermiamo nell’articolo, ma anche quelli in ambito della moralmente dubbia censura di film, serie televisive, fumetti, termini pubblicitari, su cui invece servirebbe un intero discorso a parte. Considerando anche le conseguenze avvenute nel mondo corporate i più critici pensano che il Black Lives Matter possa impantanarsi in una rivoluzione perlopiù cosmetica (i nostri, in fondo, sembrano proprio gli anni dell’apparenza e della superficialità). Questo non vuol dire affatto che il movimento abbia raggiunto solo questo: come scrive The guardian, negli USA i Democratici hanno mostrato una nuova serie di proposte volte a riformare la polizia e trasformare le forze dell’ordine in tutto il paese. La riforma, chiamata  Justice in Policing Act, prevede il divieto di manovre di strangolamento durante gli arresti e l’istituzione di un registro nazionale per rintracciare i comportamenti illeciti della polizia. Inoltre si sta parlando sempre più seriamente di un finanziamento diverso delle forze dell’ordine, in quello che sembra un vero e proprio “quadro di riforma della polizia”. La creazione di un registro nazionale che censisce gli omicidi causati dalle forze dell’ordine andrebbe infatti a coprire un enorme e preoccupante buco, poiché non esiste ancora nulla di simile negli Stati Uniti, dove sono alcuni soggetti privati a cercare di raccogliere i dati (come Fatal Encounters, Mapping Police Violence, o Fatal Force). Sappiamo, come scrive Ilsole24ore che dal 2013 al 2019 la polizia americana ha ucciso 7.663 persone, ovvero 1.100 l’anno; gli afroamericani, che rappresentano il 13% della popolazione americana, rappresentano però il 24% delle vittime di questo genere di omicidi.

Black lives matter
Chicago, Illinois, 30 maggio 2020 (Tyler LaRiviere/Chicago Sun-Times via AP)

L’opinione pubblica, però, si è concentrata principalmente su un’altra questione, su altri cambiamenti avvenuti queste settimane, ripetendo la domanda del titolo. Mettendo in discussione icone, simboli e personaggi del passato, molti manifestanti hanno abbattuto o danneggiato statue, protestando così non più “solamente” contro la brutalità della polizia ma anche verso quello che viene definito razzismo sistemico – ovvero quello che non si limita all’atto razzista ma si estende all’intero sistema costruito nei secoli (giuridico, urbanistico, educativo). Sul sito di Nbcnews è presente una mappa ed un elenco costantemente aggiornati (ma limitato agli States) che mostrano tutte le statue, i murales, i monumenti e le bandiere rimosse in queste settimane, definitivamente o meno. Al primo di Luglio sono 157, di cui 73 già rimosse e le rimanenti in attesa.

Statue abbattute

Dopo essere stata vandalizzata durante le manifestazioni del Black Lives Matter, la statua di Robert E. Lee (che fu capo dell’Armata della Virginia settentrionale durante la guerra di secessione americana) verrà rimossa da Richmond, capitale della Virginia, come annunciato dal governatore Ralph Northam. La statua fu eretta nel periodo in cui furono introdotte le leggi di segregazione razziale, che istituzionalizzarono le discriminazioni verso i neri nonostante l’abolizione della schiavitù. Come potete vedere nel grafico qui sotto e come spiegano accuratamente su LoSpiegone la maggior parte dei monumenti dedicati a generali e politici confederati sono stati costruiti decenni dopo la fine della guerra civile americana: “nel periodo tra il 1900 e il 1930, l’erezione di monumenti ai generali confederati era un simbolo del potere suprematista: nonostante la sconfitta nella Guerra civile e la fine della schiavitù, il Sud rimaneva fieramente razzista e detentore dell’eredità politica e morale della ribellione. La seconda ondata di monumenti alla Confederazione ebbe invece una postura più difensiva, a fronte di un governo federale che imponeva la fine della segregazione usando la forza della legge e perfino l’esercito se necessario. È difficile, infatti, non tracciare un collegamento tra il fatto che la maggioranza degli edifici pubblici dedicati ai confederati fossero scuole e università, contrariamente alla prima ondata mezzo secolo prima, e il ruolo centrale che l’integrazione del sistema scolastico ebbe per il movimento per i diritti civili“.

Statue confederati
Monumenti confederati negli USA. Fonte: Wikimedia Commons

A Minneapolis, Richmond, Boston e Miami sono state vandalizzate o abbattute persino statue di Cristoforo Colombo, considerato fortemente legato al passato coloniale e razzista dei paesi occidentali. Lo sbarco degli europei sul continente americano segnò uno dei principali passaggi chiave della storia moderna a cui il mondo attuale deve indubbiamente tanto, ma fu, per le popolazioni non bianche che già abitavano il continente americano, un incontro disastroso, su cui ancora non abbiamo numeri precisi. Dice il demografo Livi Bacci, “che gli indios, tra il 1500 e il 1650, siano diminuiti a meno di un decimo dal numero iniziale, come ritengono alcuni, o a un terzo o alla metà, come pensano altri più moderati, fa certo differenza, ma sempre di catastrofe si tratta”. Durante il convegno di giuristi tenuto a Valladlid per discutere quale comportamento tenere verso gli indios, il filosofo Juan Ginés de Sepùlveda sostenne, tra le altre cose, che gli schiavi fossero tali “per natura”, richiamando nientemeno che l’autorità di Aristotele e definendo gli abitanti del Nuovo mondo “omuncoli” portati a servire i conquistatori spagnoli. Se l’Onu all’indomani della Seconda guerra mondiale definiva l’accaduto un vero e proprio genocidio, a difendere Colombo ci sono però storici secondo i quali le sue reali responsabilità nelle crudeltà e nelle violenze commesse dagli spagnoli furono marginali, e che negano una vera intenzionalità alle gesta dei conquistadores. Dal punto di vista dei manifestanti, l’abbattimento delle statue è un modo (da loro definito come l’unico) per rivalutare una storiografia scritta dal punto di vista dei vincitori, i colonizzatori. A Nashville, in Tennessee, è stata poi abbattuta la statua di Edward Carmack, politico ed editore americano che sostenne posizioni razziste generando contrasti con Ida B.Wells, attivista del movimento per i diritti civili e una delle prime sostenitrici del diritto di voto delle donne (potete trovare un interessante approfondimento nella pagina web del Tennessee State Museum).

Robert Lee
La statua del generale Robert E. Lee, 2 Giugno 2020. (AP Photo/Steve Helber)

Il dibattito ha interessato anche l’Europa: a Bristol è stata gettata nel fiume la statua di Edward Colston, conservatore anticattolico e antiliberale, filantropo molto amato (contribuì infatti alla costruzione di scuole e ricoveri per la popolazione indigente) e azionista della Royal African Company, con cui partecipò al commercio di avorio, oro e soprattutto schiavi, che furono circa 80000. Dagli anni ’90 minoranze di origine caraibica hanno iniziato a contestarne la memoria, ma senza ottenere importanti risultati. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha poi creato una commissione per decidere quali statue eliminare e quali vie rinominare in nome dei valori che vogliamo permeino la nostra società. In Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò dal 1865 al 1909 e fu secondo gli storici uno dei più spietati sovrani coloniali della storia (ma è impresso nella memoria collettiva come il “re costruttore”) sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese: solo negli ultimi giorni Filippo, re del Belgio, ha espresso «profondo rimpianto» per gli «atti di violenza e di crudeltà» inflitti al Congo durante il periodo coloniale: non era mai accaduto che un sovrano belga dicesse parole simili. Leopoldo II ricevette il controllo su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, governandolo come territorio “personale” per 23 anni e gestendolo come una sorta di suo investimento, con lo scopo di arricchirsi il più possibile. Secondo gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone (per intenderci meglio: in Belgio oggi ce ne sono 11,46 milioni), ma, come spiega il professore universitario Benoît Henriet «fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei programmi scolastici», come una sorta di tabù. Sorprende, almeno inizialmente, vedere a Londra lo stesso trattamento rivolto anche alle statue di Winston Churchill, simbolo della lotta al nazifascismo dalla enorme importanza storica, ma anche da anni al centro di dibattiti su alcuni suoi lati controversi (nel 2015, al cinquantesimo anniversario dalla sua morte, la Bbc ha stilato una lista interessante su queste discusse azioni o opinioni, come i suoi giudizi sulle “razze inferiori”).

Edward Colston
La statua di Edward Colston gettata nel fiume, Bristol, 7 Giugno 2020 (Birchall/PA/AP)

Ma le rivendicazioni contro statue e monumenti sono arrivate anche in Italia: a Roma è stato danneggiato il busto al Pincio di Antonio Baldissera, generale italiano capo delle truppe italiane in Eritrea nel 1888, e uno degli artefici del colonialismo italiano: perché, sebbene molti non lo sappiano -è una parte di storia poco raccontata o narrata male e indubbiamente a nostro favore tramite il mito degli “italiani brava gente”– per 60 anni l’Italia fu un impero, brutale nei metodi e economico-politicamente inutile, che occupò le odierne Albania, Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia. In un post Facebook il movimento Restiamo Umani ha rivendicato il gesto, parlando della necessità di “riportare una narrazione storicamente veritiera del colonialismo italiano, delle brutalità compiute da uomini che ancora oggi le nostre istituzioni continuano a celebrare. Ha generato ancora più discussioni il simile trattamento alla statua di Indro Montanelli a Milano, imbrattata, non per la prima volta, di vernice. Montanelli fu uno straordinario e popolarissimo giornalista del ‘900, nemico dei conformismi e del pensiero unico, simbolo del Corriere della Sera e fondatore de Il giornale: un pilastro della storia culturale italiana contemporanea, dunque. Questo però non significa che non si possa dibattere su alcune azioni del suo passato, o contestare la celebrazione dell’uomo, e non dell’opera: Montanelli, durante la guerra coloniale di Eritrea voluta da Mussolini (di cui era grande estimatore) comprò e sposò una bambina abissina di 12 anni, definita negli anni a venire “un animalino docile”. Raccontò poi più volte l’accaduto senza mostrare alcun tipo di vergogna, aggiungendo sempre nuovi dettagli, a volte contraddittori: considerando che Montanelli mentiva spesso, aggiungendo fantasiosi particolari ai suoi ricordi, come quando raccontò che Hitler lo avesse salvato -concedendogli poi un’intervista che per qualche strano motivo non venne mai alla luce- e che l’unica fonte dell’accaduto sia Montanelli stesso, c’è chi pensa persino che forse Fatima/Destà non sia mai esistita, e che si tratti di una storia messa in circolo da lui stesso per darsi un tono di una discutibile virilità. Ma non solo: Montanelli fu un forte difensore del concetto di “razza bianca”, antimeridionale (“Voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani” diceva in una intervista a Le Figaro Littéraire) e suprematista. Come sottolinea poi The Vision “l’eredità intellettuale di un personaggio si tramanda con le sue opere, non con il bronzo”, quindi è giustissimo fruire le opere di registi, scrittori, giornalisti, pittori e musicisti dai trascorsi discutibili, ma è necessario omaggiare la persona con una statua?

Montanelli

Arriviamo così al lungo dibattito che ne è nato. Alessandro Barbero (storico e medievista italiano, importante divulgatore storico) sul Fatto Quotidiano parla di una “guerra a vuoto”, che non giova alla battaglia principale (contro chi oggi è razzista, opponendosi al pensiero umanista), e che rischia di esasperare la controparte. E la definisce, a suo modo, una forma di razzismo: “Sotto le intenzioni di chi dice “oggi abbiamo certi valori, Churchill non le aveva, Colombo non li aveva, via le loro statue”, si cela la voglia della civiltà occidentale di dire noi siamo migliori degli altri”. Sul Corriere si parla di una soluzione alternativa all’abbattimento delle statue che molti hanno condiviso online, quella di una ricollocazione morale, sottolineando lo stesso quanto sia importante la riflessione sugli uomini e le donne a cui dedichiamo statue, strade, capitoli di storia, perché nei simboli si annidano i valori che scegliamo per la nostra comunità. Targhe o cartelli esplicativi sotto le statue, che spieghino ai giovani, ai turisti, a chi ancora non lo sa, che oggi la vediamo in modo diverso, e perché. E’ circa la stessa opinione del grande Gianni Rodari, quando, alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960, firmò l’articolo “Poscritto per il Foro”, in cui parla di non abbattere ma completare.

Si vogliono lasciare le scritte mussoliniane? Va bene. Ma siano adeguatamente completate. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo buoni scrittori per dettare il seguito di quelle epigrafi e valenti artigiani per incidere le aggiunte […] Onestamente si dovrebbero citare le gesta di quei fasci, gli incendi delle case del popolo, le aggressioni a mano armata, la delinquenza sistematica di quei teddy boys, ben più ripugnanti degli attuali, che furono gli squadristi; ma non sembra lecito dimenticare che la tessera del fascio diventò la tessera del pane e il passaporto per il lavoro; né sarebbe inopportuno ricordare che, alla caduta del duce, non uno di quei fasci di combattimento mosse un dito per combattere in sua difesa, e infine, per dire le cose fino in fondo, bisognerebbe
scrivere che né i fasci di combattimento né l’opera balilla o la GIL riuscirono a corrompere la gioventù italiana, se è vero com’è vero che poi furono soprattutto i giovani nonostante l’educazione fascista, a prendere le armi contro il fascismo. […] Punto per punto, l’aggiornamento delle scritte al Foro Italico consentirebbe la creazione di un museo di storia contemporaneo, nel quale le scolaresche potrebbero utilmente essere portate a studiare passeggiando e
respirando l’aria di Monte Mario.

Rodari conclude poi l’articolo ipotizzando un altro tipo di statua, un “monumento negativo”, accanto a troppe statue a lode di illustri mediocrità. Se alcuni propongono l’eliminazione totale delle statue negli spazi pubblici, l’idea del celebre scrittore e giornalista è quella di monumenti non più celebrativi ma che fungano “solamente” da testimonianza storica, che quindi raccontino gli accadimenti da entrambi i punti di vista.

Si potrebbe addirittura ordinare a uno scultore figurativo un monumento a Mussolini che fugge vestito da soldato tedesco: il monumento a un pauroso che non ebbe né il coraggio di affrontare il giudizio degli uomini e di assumersi le proprie responsabilità, né quello di togliersi di mezzo da solo, come fece il suo compare nazista.

Scrive poi lo storico dell’arte Vincenzo Trione: “la damnatio memoriae di questi giorni è un fenomeno pericoloso, non ha alcun senso imbrattare o rimuovere statue, nemmeno quelle dei dittatori. I nostri spazi urbani sono luoghi stratificati, dove coesiste il meglio e il peggio di ciò che siamo stati: non possiamo fare a meno delle nostre cicatrici”. Trione sottolinea dunque l’etimologia di monumento, che deriva da memento, ‘ricordo’. E, per natura, i ricordi non sono solo quelli positivi: la presenza di monumenti legati ad un passato schiavista, coloniale o fascista dovrebbe ricordarci chi siamo stati e spingerci ad essere migliori, senza omaggiarlo o lodarlo (quella del ricordo e della memoria come antidoto contro ripetersi di eventi simili è comunque una metodologia molto moderna: in passato spesso si vietava, come con l’Editto di Nantes del 1598, di ricordare gli orrori passati, allo scopo di evitare che il ricordo potesse riaccendere gli animi portando a nuove carneficine). Se in generale comunque le motivazioni del Black Lives Matter sono ritenute giuste e ad essere criticata è nello specifico la “furia iconoclasta”, proponendo altri metodi ma riconoscendo l’importanza culturale di statue e monumenti e dei valori che portano con sé, Stefano Varanelli su Nicolaporro.it scrive “Quando capirete che dietro Black Lives Matter non c’è la tradizionale, illuministica, richiesta di eguaglianza e pari diritti? Quello che è cominciato in America è un attacco radicale all’intera civiltà occidentale e alla sua legacy.” Luca Sofri sul suo blog parla invece della necessità dei simboli, della loro indubbia utilità, ma anche della loro superficialità e limiti: fare una statua è infatti racchiudere anni e anni di accadimenti, contraddizioni e cambiamenti e farne un piccolo oggetto statico, per niente approfondito. Il problema rimane la metodologia di queste rimozioni: “dentro democrazie progredite in cui persone evolute e consapevoli si impegnano per il rispetto di diritti condivisi ma non abbastanza applicati, i modi di ottenere ciò che è giusto si rivolgono a progressi concreti e reali, non all’abbattimento sterile dei simboli, tutto simbolico a sua volta. Tutte le “battaglie” condotte a forza di simboli contro simboli, di slogan contro slogan, di parole d’ordine contro parole d’ordine, nascono male e finiscono male.”

Proteste america spiderman
A proposito di simboli: uno dei tanti manifestanti di colore scesi nelle strade col costume di Miles Morales. Alcuni poliziotti, invece, hanno usato il simbolo di Punisher.

Su Zhistorica trovate infine una riflessione interessante: considerando in particolare il caso di Londra, dove il sindaco ha creato una commissione per decidere quali statue eliminare, quale dovrà essere poi il criterio discriminante (perché, per non sprofondare nel caos, dovrà esserci)? La conclusione è che usando tre criteri come quello morale, cronologico o razziale la situazione diventa molto complessa e intricata. Basandoci su un criterio morale usando come termine di paragone i valori attuali (che condannano, tra gli altri, schiavismo, maschilismo, razzismo, pedofilia) ci ritroveremmo a eliminare quasi tutti i busti o le immagini celebrative dei “grandi” uomini e donne del passato -politici, filosofi, matematici, generali eccetera. Similmente, con un criterio cronologico dovremmo ritrovarci a stabilire degli anni da cui in poi non era più “morale” fare determinate cose. Possibile? Rimane infine la critica più diffusa in televisione, sui giornali, nei social: distruggere le statue è cercare di distruggere la storia.

O forse no? La memoria non è storia, esattamente come le statue non sono e non possono sostituire dei libri di storia, scrivono in un articolo di Inchiostro. Le opere, i libri, le teorie, la musica, le idee di alcuni uomini, rimangono e rimarranno nei secoli, così come restano le conseguenze storiche e sociali delle loro azioni, perché fanno parte del presente in cui discutiamo di esse, senza il bisogno di una lode romanticizzata alla persona, se questa per qualcun altro può essere dolore. Abbattere un simbolo non significa quindi cancellare la storia, ma semmai cercare di modificare la modalità con cui si sceglie di raccontarla e ricordarla e quindi darle, al contrario, più complessità e spessore. Marco Antonio, Caligola, Domiziano, subirono nella Roma antica la famigerata damnatio memoriae, ma oggi non li abbiamo affatto dimenticati, e continuano ad essere studiati nei libri di storia con Cesare e Augusto e, come nel caso del primo Nerone, sono stati anche rivalutati dagli storici moderni. La statua di Montanelli imbratta di rosa è quindi la richiesta di una Storia insegnata con meno superficialità, mettendo in discussione tutto ciò in cui credevamo ciecamente, per porre fine alla riduzione delle figure storiche ad una sola narrazione (a tal proposito, non dobbiamo ovviamente nemmeno finire col ridurle ai soli lati negativi) e sottolineare quanto un simbolo definisca una serie di valori che debba rispecchiare la nostra attualità.

Statue abbattute

“Ecco qual è davvero il problema. Non sono le statue stesse, ma il punto di vista che rappresentano. E si trovano in luoghi pubblici, no? Quindi questi sono monumenti che affermano che questa versione della storia è quella accettata pubblicamente.” scrive sul New York Times Erin L. Thompson, professoressa presso il John Jay College of Criminal Justice e storica dell’arte che si occupa di distruzione del patrimonio culturale. Esistono i musei, le esposizioni: in piazza è celebrazione, ed è diritto di una comunità non riconoscersi più nei valori incarnati da una costruzione che domina una piazza della propria città. E poi Henriet, il professore che avevamo citato prima per un’analisi del caso di re Leopoldo II: «Non si tratta solo di tirare giù delle statue ma di mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della società belga».

Concludiamo con due riflessioni di nostro interesse: alla classica obiezione del “non possiamo giudicare il passato con gli occhi del presente”, menelique risponde facendo notare che non bisogna confondere la mentalità dell’epoca con la mentalità dei dominatori dell’epoca (sì, siamo davanti al solito triste ma veritiero cliché: la storia la scrivono i vincitori). E poi, “non è l’etica di ieri a essere attaccata, ma la memoria collettiva di oggi e la sua legittimità.” Ricordando che la costruzione dello spazio pubblico, la topografia e la toponomastica del potere sono elementi fondamentali della creazione della memoria collettiva, sintetizzando numerose memorie plurali, locali e di gruppi diversi, in una narrazione coerente atta a costituire il gruppo nazionale. Ed è questa costruzione ad essere ora contestata. Lo storico David Olusoga sul The Guardian: “questa è storia, uno dei rari momenti il cui arrivo significa che le cose non torneranno mai com’erano”.

Certamente, qualunque sia l’opinione su questi accadimenti che ognuno può avere, è importante guardare con nuova luce e attenzione argomenti e tematiche che non possiamo trascurare e che tornano ciclicamente oggetto di dibattiti da secoli. Come avrete sicuramente visto sono questioni spinose, piene di sfaccettature e che richiedono un approccio diverso per ogni caso. Ringraziamo tutti i lettori che sono arrivati fin qui, con la speranza di aver fornito una piccola mappa per orientarsi meglio nella ricerca di una risposta uscendo dalla propria “bolla d’informazione”. Ringraziamo anche tutti i giornali, i siti web, i blog, i fotografi e le pagine social che abbiamo qui citato, in particolare IlPost, Wired, Ilsole24ore, The Guardian, The New York Times, Inchiostro, Internazionale e tante altri che ogni giorno lavorano per portarci il loro “pezzetto” di realtà .

Colui che abbatterà la mia statua soffrirà per il resto della sua vita.

Maledizione incisa su una scultura di un re assiro, 2700 a.C. circa.

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