Sei belle canzoni, secondo noi

Da Joni Mitchell a Rachmaninoff, sei brani musicali che vogliamo consigliarvi in questi giorni difficili.

Semplicemente una piccola lista di canzoni che ci piacciono molto e che vorremmo consigliarvi, dal rock alla classica, senza un preciso filo conduttore – se non il fatto che alcune, in questi giorni di isolamento, sembrano volerci dire qualcosa.

They can cut all the flowers, but they can’t stop the spring. Lo scriveva Pablo Neruda, ma ce ne stiamo tutti rendendo conto, anche se chiusi in casa: le giornate si fanno sempre più lunghe, il canto degli uccellini di primo mattino non manca mai, leggendo un libro in terrazzo o in giardino il sole brucia come quando si è al mare. Tutto normale e come dovrebbe essere, ma una grande sorpresa per chi non esce di casa da quasi due mesi. E’ di questo che canta Tom Waits, guardando col sorriso Roberto Benigni e la sua amata Nicoletta Braschi raggiungere l’altare nella scena iniziale di La Tigre e la Neve. Lo fa introducendo l’ascoltatore nel suo mondo, guidandoci con la sua voce capace di terrorizzare come scaldare il cuore (ne abbiamo parlato meglio qui). Waits non sceglie nessun arrangiamento pomposo o esagerato, ma si lascia accompagnare da pochi ottoni e un clarinetto, forse non perfettamente intonato, che dà un enorme contributo all’atmosfera. Nella colonna sonore del film La tigre e la neve, uno dei tanti cameo di Waits nel mondo del cinema (Down By Law, sempre con Benigni, ma anche La leggenda del re pescatore e il recente I morti non muoiono), sono presenti varie versioni di questa canzone: la più bella la trovate nell’album Orphans, raccolta di rarità e brani inediti pubblicato nel 2006. Con l’occhio teso verso un tipo di musica che non esiste più, semplice, brevissima, e altrettanto bella.

Forse presto troveremo il modo per dedicare un intero articolo a Joni Mitchell, una delle più grandi cantautrici del secolo scorso. Nel frattempo non vogliamo però perdere l’occasione per consigliarvi alcune canzoni che, se vi piaceranno, diventeranno sicuramente colonna sonora dei futuri viaggi in macchina, appena avremo di nuovo l’opportunità di farli. Blue (1971) è un album malinconico, intimo e introspettivo (non a caso, con lei si parla di “folk confessionale”, anche se la sua musica fu molto più che soltanto folk), guidato dall’incantevole voce da soprano di Mitchell, estesa su quattro ottave. A smorzare quel forte senso di tristezza che pervade capolavori come Blue, A case of You e River (racconto di un Natale diverso da quello delle colorate pubblicità, che si apre e chiude proprio con un accenno al pianoforte di Jingle Bells), ci sono tre allegre canzoni scritte durante dei viaggi in giro per il mondo: All I want, Carey e California. Brani pieni di influenze latine, con melodie altalenanti che ci riportano senza alcuna difficoltà nei luoghi che ne danno ispirazione, e che dimostrano tutta la bellezza della sua voce: al primo ascolto lo spontaneo acuto nel ritornello di California vi sembrerà irreale e impossibile, e vi continuerà a sorprendere ogni volta. Joni Mitchell in queste tre canzoni suona un duclimer, strumento a corda di origine irlandese (già usato nella musica pop rock in Lady Jane dei Rolling Stones), mentre alla chitarra acustica c’è un’interessante e fantasiosa prova di James Taylor, con cui aveva avuto una relazione prima del suo matrimonio con Carly Simon. Folk-pop elegante, scritto e suonato con una sincerità e sensibilità che lasciano senza parole.

E’ normalissimo durante l’ascolto di questa grande canzone di Max Gazzè chiedersi chi sia questo poeta minore. Alcuni pensano si stia riferendo al fratello Francesco, scrittore di poesie e racconti, con cui collabora da sempre per la stesura dei testi; probabilmente invece si tratta di Stefan Mallarmè, poeta francese dell’ottocento di cui Gazzè traduce e canta una sua poesia in L’elemosina, nello stesso album, e che cita in Su un ciliegio esterno. Inserita nel terzo disco del bassista romano, Poeta Minore è una grande dimostrazione d’amore verso la letteratura, da parte di chi l’ha sempre cantata e messa in musica, inserendola in melodie inusuali, ma sempre pop ed orecchiabili, e stili diversi o apparentemente inconciliabili (la carriera musicale di Gazzè comincia infatti come arrangiatore di una band acid jazz). Soprattutto, però, riesce benissimo a descrivere l’importanza di alcune invenzioni letterarie, finzioni che troviamo in libri, poesie o film, che finiscono per diventare parte di noi e salvarci.

Io musico te soltanto e mentre canto
la mia pelle sembra frigger come burro
dentro suoni di padelle
Questa è un’arte tua e del tuo bell’eroe francese:
lui altro mai non chiese che una donna da salvare…
E invece è me soltanto che ha salvato

Possiamo analizzare insieme i testi, scovare nella genesi di alcune canzoni, raccontarvi aneddoti o chiavi di lettura differenti, ma ci sono casi in cui parlare di Musica diventa per noi impossibile. Questo è l’adagio sostenuto del Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Rachmaninoff, composto tra il 1900 e il 1901. Uno dei pezzi più eseguiti dai pianisti, intenso, dolce e struggente. Per 10 minuti vi porterà fuori da questo mondo e vi guiderà delicato tra emozioni che pensavate di non poter più provare.

Sarà che adesso siamo molto più sensibili sull’argomento, ma un verso come “A time you may embrace, a time to refrain from embracing” finisce con l’apparire in questi giorni quasi profetico, o comunque tremendamente attuale. Il brano a cui appartiene, però, è ben poco “moderno”: portata al successo dai Byrds, dopo gli ottimi risultati ottenuti con la cover di Mr. Tamburine Man, Turn! Turn! Turn! è stata scritta alla fine degli anni ’50 da Pete Seeger, musicando nientemeno che un testo adattato dal libro biblico dell’Ecclesiaste (3,1-8). E’ una ripresa fedele, che con piccolissimi spostamenti incastra tutte le rime, e che si discosta solamente nel verso originale finale, carico di speranza e fortemente legato alla guerra in Vietnam : A time for peace, I swear it’s not too late, un messaggio pacifista incluso nella colonna sonora di Forrest Gump. Come le altre canzone dei Byrds di quel periodo, il sound è caratterizzato dall’uso della Rickenbacker a 12 corde, col suo suono misterioso e immediatamente riconoscibile. Una cover acustica che merita l’ascolto è quella del giovanissimo Josh Turner, pubblicata su Youtube proprio in questi giorni difficili.

Blackbird singing in the dead of night

Take these broken wings and learn to fly

All your life

You were only waiting for this moment to arise

“Nessuno di noi voleva suonare il basso”, nemmeno Paul McCartney, che aveva ottenuto la sua prima chitarra scambiandola con la tromba che gli aveva regalato il padre Jim. Coi Beatles, però, si era dovuto arrendere per questioni di necessità, e aveva dovuto impugnare un Hofner 500/1 con la famosissima cassa a forma di violino: d’altronde, c’erano già Lennon alla chitarra ritmica e Harrison a quella solista. E’ però proprio Paul McCartney, qualche anno dopo, a scrivere quello che è probabilmente il brano acustico più famoso della band, e forse anche il più divertente da suonare: Blackbird, inserito in quel meraviglioso “caos” del White Album, doppio disco del 1968. McCartney per scriverla prende come esempio la Bourrée in Mi Minore di Bach, suonando gli accordi con una tecnica di fingerpicking con sole due dita, e alternando battute in 2/4, 3/4 e 4/4. Ma ha quel grande potere di fartela sembrare una cosa semplicissima. Come alcuni avevano intuito (e come ha poi confermato anche Paul), è ispirata alle vicende del popolo nero e al suo difficile percorso verso l’integrazione che, proprio negli anni ’60, stava affrontando la sua fase più difficile (bird, infatti, nello slang inglese può voler dire anche ragazza, in riferimento a personaggi come Rosa Parks). Ma è evidente che quell’immagine del merlo dalle ali spezzate e dagli occhi incavati è in realtà universale e rappresenta ogni persona in un momento di estrema fragilità. All your life, you were only waiting for this moment to arise. Versi di incoraggiamento ed esortazione che sembrano dirci “anche nel cuore della notte, puoi sempre cantare“.

Lontano risplende l’ardore
mio casto all’errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,
la pallida via della vita:
s’arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell’anima blando:
riprende l’oscuro viaggio
cantando.

Giovanni Pascoli, La poesia

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