Lo stupendo lato “pop” di Tom Waits

Avvicinarsi al cantante e musicista ostico per eccellenza con l’aiuto delle celebri cover di artisti come Bruce Springsteen, Tim Buckley e Rod Stewart.

Tom Waits

Gli aggettivi che si possono attribuire ad un personaggio come Tom Waits sono veramente tanti, ma mai si potrebbe pensare di accostarlo, in qualche assurdo modo, al pop, ad un genere di canzone facilmente “accessibile”. Lui, il cantautore sognante dei locali notturni, poi Orco di Pomona, sotto quegli arrangiamenti assurdi e quei suoni di strumenti inusuali, può nascondere testi universali e ritornelli orecchiabili? . Tanti artisti ben più celebri e popolari questo l’avevano presto capito, e hanno scavato in tutto quello splendido catrame sprigionato dal vocione di Tom, per tirarne fuori delle canzoni uguali ma profondamente diverse. Cover semplici nella loro grande bellezza e con un ritornello ben delineato. Sí, Tom Waits poteva, oltre alle struggenti ballate al pianoforte, ai brani cattivi e teatrali perfetti per l’ingresso in scena di qualunque grande villain dei film di Burton, ai blues fumogeni, scrivere delle canzoni che potevano essere pop. E sapete qual è la cosa più bella? Che nessuna di quelle cover, per quanto più famosa e di facile ascolto, è stata mai completamente all’altezza dell’originale.

Se non siete mai riusciti ad immergervi nel Mondo di uno dei più grandi cantautori del secolo scorso, perché ogni volta che ci avete provato siete naufragati in un oceano di whisky o vi siete persi, confusi da tutte quelle nuvole di fumo che coprivano la vista, allora questo articolo potrebbe capitare a fagiolo: scoprirete quel lato inaspettatamente poco “ostico” di Tom Waits, partendo dalle popolari cover di quei brani, e da lì la strada per diventarne fan è tutta in discesa. Capirete il perché di quegli arrangiamenti, di quella voce, di quelle atmosfere, di quell’incrocio tra elementi provenienti da parti opposte del globo, e amerete (o almeno così speriamo) anche quel pizzico di “pop” che si nasconde dietro tutto ciò. E’ consigliato, perciò, seguire la nostra playlist Spotify o YouTube (tenere lontano dalla portata dei bambini, per non rischiare notti in bianco :D). Buona lettura!

E’ il 1973 quando comincia la carriera di Tom Waits. Closing Time, disco costantemente oscurato agli occhi della critica da tutta la successiva ottima produzione del cantautore, è blues, è cantautorato, è jazz, è pieno di lente ballate e ha come tema principale la notte. C’è tutta la parte più accessibile e senza barriere della discografia di Waits, ma dove accessibile significa “universalmente bello”: veramente difficile non essere catturati dalle storie qui cantate o da quel pianoforte così dolce, accompagnato quando serve da archi e ottoni. Gli Eagles, per il loro terzo album On The Border registrano una cover di Ol’ 55: un pezzo lento al pianoforte, canzone d’amore dedicata alla propria auto, capace di trovare poesia in qualcosa di veramente consueto e ordinario. Gli Eagles non hanno bisogno di modificare molto un brano simile per crearne una versione con il proprio stile limpido e pulito, inserita anche in alcune loro Best Of. Eppure, alla fine, per quanto sia una bella versione c’è qualcosa che viene a mancare. Quell’ondeggiare continuamente (in modi difficilmente spiegabili) sulla fune tra la malinconia e la gioia. Waits rischia di cadere da una parte di questo baratro, e un attimo dopo nell’altra: così si crea un atmosfera notturna che ha qualcosa di magico e straniante.

Tom Waits
Immagini da Google

Probabilmente tutti porrebbero la musica di Tim Buckley e quella di Tom Waits a due estremi opposti. Due voci in enorme contrasto, modi diversi di scrivere, arrangiare, ma soprattutto di tentare di emozionare l’ascoltatore. Eppure, Martha (sempre da Closing Time) al navigatore delle stelle doveva piacere molto. Buckley era in quel periodo difficile che arriva quando hai da poco pubblicato due dischi considerati dei capolavori come Lorca e Starsailor. Né quest’album, Sefronia, né il successivo Look at the Fool vengono considerati all’altezza. Ma l’interpretazione di Martha, in qualche modo, si fa spazio dal resto e si fa ben distinguere. Tutta la malinconia viene accentuata al massimo dalla presenza esagerata degli archi, co-protagonisti della canzone insieme alla voce di Tim, lirica e piena di emozione. Tantissima enfasi, a cui basta veramente poco per divenire improvvisamente troppa.

Tim Buckley, in un certo senso, ci fa rendere conto di quanto certe canzoni di Tom Waits, denudate dalle loro vesti inconsuete, abbiano tutti i requisiti per finire sul palco dell’Ariston, e vincere una qualunque edizione di San Remo. Ma quanti potrebbero conoscere il segreto per farti venire ogni volta gli occhi lucidi? Solo lui. Ancora una volta, quel pianoforte onirico, forse leggermente scordato, poi quell’attacco con una voce bassa e quasi narrante, così funzionale alla canzone e al contesto descritto. Si pensa spesso il contrario, ma germi di teatro nelle canzoni di Waits c’erano da ben prima di quel folle Swordfishtrombones. Gli archi ci sono, ma mai protagonisti, seguendo delicatamente il crescendo della storia di questo Tom Frost che chiama al telefono un vecchio e fortissimo amore di gioventù, ormai sposata e con una famiglia, ripercorrendo ricordi ed emozioni. Un crescendo di finti sorrisi e dolci considerazioni sul passato, che si conclude magistralmente con quel “Martha, Martha…I love you can’t you see?”, colpo di scena sul finale di una canzone-racconto unica. Waits la scrive solo a 24 anni, dimostrando una maturità incredibile, e, sicuramente, quella capacità di rubare le storie ai tanti sciagurati che si aggiravano nei locali notturni dove suonava, tipica di quei Piano Man che cantava Billy Joel in quegli stessi anni. Waits si differenzia perché ci mostra una semplicità che è disarmante, supera ogni barriera e quando meno te lo aspetti colpisce basso. Poi l’ultimo verso, che Buckley omette tralasciando qualcosa di meraviglioso: “E ricordo sere silenziose/A tremare vicino a te”.

Tom Waits

I never thought I would catch myself saying ‘sha la la’ in a song”: neppure Tom Waits stesso credeva che si sarebbe innamorato a tal punto. La “colpevole” è Kathleen Brennan, incontrata ad una festa e poi, un anno dopo, sul set del film di Francis Ford Coppola One from Heart. Fantasiosa, inventiva, audace: nelle interviste Tom la descrive come la moglie migliore del mondo, co-autrice di tantissimi brani che verranno, e capace di riuscire a togliere quei vizi che lo caratterizzavano così tanto. Dopo il matrimonio, infatti, Tom smette di fumare e di bere. Ma la sua voce non cambia, anzi: come vedremo presto, più la sua vita si fa precisa e ordinata, più la sua musica esce da ogni schema, sfruttando a pieno le caratteristiche di quella voce sempre più infernale.

E’ dopo questo (secondo) incontro dettato dal destino che Waits scrive Jersey Girl, in Heartatthack and Wine (1980). Subito diventa una delle canzoni preferite di, nientemeno, Bruce Springsteen, che la rende sua (aggiungendo nuovi versi conclusivi che arricchiscono un po’ più l’immagine di questa ragazza del Jersey) e la suona in molti live. Diventa in poco uno dei brani più amati del Boss, ancora presente nelle sue scalette dal vivo, ed inclusa nel CD Live 1975-85, come brano conclusivo. Una canzone lenta, struggente, una dedica d’amore con pochi fronzoli ma immersa nelle atmosfere cittadine, piena di quella consapevolezza della vita che d’improvviso cambia radicalmente (“Non ho tempo per i ragazzi giù all’angolo/per far casino con loro per strada”), ma che ripaga le tante attese (“Non lo sai che tutti i miei sogni divento veri/mentre cammino giù per le strade cantando con te?”). Bruce Springsteen lascia intatto l’arrangiamento scarno, pieno di vuoti, e mantiene vivo quell’enorme crescendo, fulcro emotivo della canzone.

Ne viene fuori, ovviamente, uno dei tanti successi del Boss. Ma anche questa volta, se dopo questo primo ascolto ci avviciniamo all’originale, scopriamo delle importanti differenze. La voce, nei primi versi, gioca con i vuoti dell’accompagnamento sussurrato e raggiunge picchi di emotività che Bruce non riesce a toccare, e che esplode nel ritornello. Sì, esplode: non c’è verbo migliore per spiegare la potenza del refrain di questa canzone. Così semplice e spensierato (in fondo è solo un “shalalala shalala, sono innamorato di una ragazza del Jersey“), ma cantato con tantissima energia, sempre dolce per quanto rauca. E’ un cane che ringhia, diranno molti, e hanno ragione: ma è un cane profondamente innamorato, e non c’è secondo in cui non si senta perfettamente o in cui l’ascoltatore non ne viene trasportato e influenzato. I due canteranno insieme questa canzone nell’81, durante il Born In The USA tour: semplicemente incredibile (e importante da ascoltare per comprendere le differenze delle due voci)

Ora arriviamo all’esempio più calzante. Una canzone di Tom Waits che, nelle mani di un artista celebre come Rod Stewart, finisce addirittura nella top ten della Bilboard Hot 100. Un successo commerciale dolce, melenso, da cantare sotto la doccia, e tipicamente in linea con tutto il resto del “pop” che usciva in quegli anni. Peccato che Downtown Train provenga da Rain Dogs, centro di una trilogia di dischi rivoluzionari (non solo perché punto di rottura della carriera di Waits, ma anche per l’impatto con tutta la Musica degli anni ’80). La musica di Tom esce da ogni schema in un percorso di sperimentazioni: queste storie di reietti, vagabondi e dannati, di amori e di disagi in un’America sporca e fumosa sono narrate in canzoni che amalgamano suoni provenienti da mondi e generi differenti, con strumenti insoliti, arrangiamenti inaspettati (e a volte volutamente inadatti). Jazz, blues, gospel, musica d’autore, con ritmi africani, accompagnamenti di bande da parata: incroci mai visti, assolutamente sbilenchi, costruiti però su basi classiche. Un brano tanto bello, passato in radio e conosciuto, può veramente provenire da uno di questi tre album? Sì. Nelle mani del duo inglese Everything But The Girl può anche diventare un brano acustico e sognante, come colonna sonora di una scena importantissima sul finale di How I Met Your Mother, una delle serie TV più famose e influenti degli ultimi anni.

Ciò perché, come già detto, le basi su cui si fonda questa nuova musica, a cui è impossibile dare un’etichetta, sono classiche, conosciute, tradizionali. In Downtown train ancora più delle altre volte, per struttura e temi trattati. Ma questa storia d’amore sofferta, immersa nel contesto di una grande città e nella fuga da tutto ciò che è “normale” del vagabondo protagonista, è narrata in un brano costruito sui contrasti: elementi che creano l’atmosfera perfetta. Una serie di accordi maggiori, una melodia “felice” e un riff di chitarra canticchiabile lottano contro un cantato basso e sofferente, una ritmica potente e incalzante e l’uso di una chitarra senza alcun effetto. Al primo ascolto ciò ti rende completamente estraneo al brano. Dal secondo l’orecchio riconosce una forma precisa in questi scontri: e si scopre un brano bellissimo. Escludendo questi contrasti si trovano canzoni ben più orecchiabili (e anche più belle, secondo molti ascoltatori), ma spogliate di gran parte del loro significato, così forte negli originali. Il medium è il messaggio, ce lo diceva con lungimiranza il sociologo e filosofo Marshall McLuhan ed è vero più che mai anche nella Musica, e in particolare in questa voce che (pur avendo le connotazioni una discarica pubblica o di un coro di barboni ubriachi) è una delle più emozionanti di sempre.

Tom Waits

Di esempi che potremmo portare ce ne sono ancora tanti, ma rischieremmo di ripeterci: l’inno rock giovanile, con una melodia che riesce facilmente ad entrarti in testa ed un testo incredibilmente vero, di I Don’t Wanna Grow Up, pulita del suo arrangiamento volutamente sbagliato sotto tutti i punti di vista diventa un celebre brano dei Ramones ed addirittura una canzone di Enrico Ruggeri e Fiorella Mannoia; la piccola e struggente poesia di Picture in a Frame è stata cantata da Eddie Wedder più volte dal vivo ed ha dato il titolo al DVD che documenta il tour italiano del 2006 dei Pearl Jam; Time è stata cantata da Tori Amos; Shivers Me Timbers da James Taylor in uno dei suoi ultimi album; la carriera come cantante di Scarlett Johanson, una delle attrici più famose e popolari degli ultimi anni, è cominciata con “Anywhere I Lay My Head”, album di cover di Tom Waits.

Il nostro viaggio alla scoperta del lato più “accessibile” e (in qualche folle modo) “pop” di Tom Waits , quindi, si conclude qui. Ora che, ponendo un confronto con le tante cover, sappiamo il perché dietro quella voce e quegli arrangiamenti, è più facile vagare per la sua carriera che, dal 1973 ad oggi non ha mai avuto battute d’arresto e non ha mai ceduto alle tentazioni delle vendite, restando sempre fuori dal tempo e da ogni moda. Ovviamente, il nostro è solo un tentativo (speriamo piacevole): potrebbe continuare a non piacervi, a risultarvi inascoltabile, e potreste essere in completo disaccordo con le nostre personali analisi dei brani. In fondo, come ha detto Neil Young mentre lo introduceva nella Rock and Roll Hall of Fame, abbiamo solo cercato di descrivere un uomo che è indescrivibile.

Tom Waits

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