NEET: essere niente

Non lavoro per poter studiare e non studio per poter lavorare

Lavoro, Esperienza, Disoccupati, Occupazione
Immagine Pixabay

Esiste una categoria di persone, costituita prevaletemene da giovani, che gli studiosi chiamano Neet (not in employment nor education and training). A me quell’acronimo, nel suono e nel significato, fa venire in mente la parola niente.

Finiscono in questa categoria (ma a loro cambia poco) quelle persone che nei sondaggi non trovano altra collocazione quando si parla di occupazione. Non lavorano. Non cercano lavoro. Non studiano. Non stanno facendo formazione.

Come spesso accade per i fenomeni poco auspicabili, le statistiche collocano l’Italia in posizioni di spicco: nel 2018, secondo l’Eurostat che ha pubblicato un rapporto il 27 luglio, il 28,9% delle persone tra i 20 e i 34 viene classificato come neet. Superiamo alla grande la media europea.

Non appartengono al mondo del lavoro o a quello dell’istruzione né, tanto meno, a quello della formazione. Dovrebbero essere nella cosiddetta fase della vita della transizione dalla scuola al lavoro ma, per loro, non si muove proprio niente. Si tratterebbe di giovani che hanno perso interesse ad uscire da questa situazione, che si sono arresi al suono delle tante porte chiuse in faccia. Oppure hanno perso la speranza di poter trovare un’occupazione o l’hanno trovata in nero, rinunciando ai propri diritti.

Se non hai una collocazione socialmente accettabile, ti senti un niente e potresti avere problemi a stare in mezzo agli altri soprattutto quando arriva la fatidica domanda : che lavoro fai?

Naturalmente la realtà non è mai così facile da inquadrare o da misurare con le statistiche. C’è chi sostiene (ad esempio qui) che i dati siano fuorvianti e che non rispecchino i fenomeni reali nella loro complessità. Potrebbero esserci giovano che studiano o si formano autonomamente, senza frequentare corsi o scuole e che non lo hanno dichiarato nei questionari statistici.

Cosi come potrebbero esserci ragazzi impegnati in forme di attività difficili da descrivere o inquadrare. Rimane l’invisibilità agli occhi canonici di chi studia la società

Bibbia, Lavoro, Lettura, Cristianesimo, Studio, Libro
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Tutto ciò è un problema del mondo del lavoro o di quello dell’istruzione? Certamente entrambi hanno una loro grande responsabilità. Ma secondo il mio modesto parere è anche un problema di atteggiamento. Credo che la vita possa trovare un senso (o una giustificazione), nell’operosità che ognuno di noi, in un modo o nell’altro manifesta.

La nostra a società, nel bene o nel male, esiste e resta in piedi grazie al contributo di (quasi) tutti. Lo so, magari molti di noi pensano che la società non sia nulla di buono ma provate a pensare ad un mondo senza strade, ospedali, senza corrente elettrica, libri, musica o internet. Ognuna di queste e tante altre cose è realizzata da gente che lavora. Quindi non avere un lavoro può farti sentire fuori dal mondo, uno scarto.

Per questo, secondo me, i giovani dovrebbero avere fame di voler partecipare ai piccoli o grandi meccanismi che fanno girare il mondo e impegnarsi ogni giorno nel cercar di capire qual è la propria strada.

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