L’uomo col Megafono: conoscere la Musica di Daniele Silvestri

Una mappa per orientarsi nella discografia di uno dei più importanti cantautori italiani contemporanei: Daniele Silvestri.

Oggi, 3 maggio 2019, esce il nuovo album di Daniele Silvestri: La Terra sotto i Piedi, nono della sua discografia. Noi di PiramideCapovolta crediamo non ci sia occasione migliore (è anche il suo venticinquesimo anno di carriera!) per offrirvi una piccola mappa per scoprire la Musica di uno dei più famosi parolieri italiani attuali. Per chi conosce solo l’estiva Salirò o si è appassionato al suo rap a Sanremo 2019, per chi vorrebbe approfondirlo ancora di più ma non sa da dove cominciare, per i fan sfegatati (o meglio dire, per i Testardi!) che vogliono sentirsi fieri perché “questa la so!” :una chiave di lettura per tutti, con l’obiettivo di essere il più esaustivi possibili e dare un’infarinatura della carriera di Silvestri, con i brani più importanti, famosi, essenziali per capirlo. Per questo, crediamo sia indispensabile l’utilizzo della nostra playlist Spotify o Youtube, con tutte le canzoni di cui parleremo o che accenneremo (perché ha scritto così tante belle canzoni da non poter approfondirle tutte!)

P.S.Sembra quasi superfluo dirlo, ma c’è qualche piccola nota. Ovviamente, la nostra è una guida dettata spesso da giudizi personali: potrebbe mancare la vostra canzone preferita, considerata da chi scrive meno “essenziale” per la conoscenza dell’autore, o semplicemente scartata per questione di spazio e tempo, ma accettiamo volentieri tutti i consigli. Inoltre, parliamo della MUSICA di Daniele Silvestri, e perciò eviteremo i discorsi strettamente politici o che ci girano intorno. Concludo dicendo che è un articolo molto corposo e lungo, che richiede molto tempo se ascoltate tutti i brani: perciò consiglio di dividere la lettura in più momenti. Buona lettura! 🙂

In rosso le canzoni politiche e sociali, in blu quelle più leggere, in verde i brani intimi e profondi

1994: la discografia di Daniele Silvestri comincia da qui, venticinque anni fa, con l’omonimo album vincitore del premio Tenco. E’ un disco in parte dimenticato, poco citato quando si parla del cantante romano, e con pochi brani che hanno un posto fisso nella scaletta dei suoi live. C’è qualche ritornello che non funziona al meglio e alcune sonorità molto legate ai primi anni ’90, però contiene tutti quegli elementi che, ampliati e “riveduti e corretti”, troveremo anche in tutti gli album successivi. E, ovviamente, le prime bellissime canzoni. Partiamo con Voglia di Gridare, il brano con cui Silvestri ha partecipato al Sanremo Giovani. E’ una canzone che, un classico per Daniele, alterna parti recitate o raccontate ad altre cantate, con un ottimo ritornello. “Ti è mai venuto in mente che a forza di gridare, la rabbia della gente non fa che aumentare”: Daniele introduce così questo suo intelligente monologo sulle parole che incitano violenza e su come sia facile che esse perdano il controllo quando urlate da tantissime persone. Geniale come il brano si concluda proprio con una dimostrazione di tutto ciò che ha appena cantato Silvestri: è inutile per lui continuare a ripetere alle persone che ha intorno “adesso vediamo se ricordi la fine, quando dico ciao stacca tutte le spine: ciao!”, perché anche le sue parole e la sua musica sono diventate un coro indipendente e viaggiano da sole fino a sovrastarlo e coprirlo.

Daniele Silvestri primo album

Come anche la critica si renderà presto conto, una delle cose che rendono Daniele Silvestri uno dei “grandi” del cantautorato italiano moderno è il suo saper parlare anche di argomenti banali, quotidiani, magari già ripresi in decine di canzoni, in modi originali e con un equilibrio unico. In Il flamenco della doccia, si parla semplicemente di una ragazza che “se la tira”, e con cui, sebbene Silvestri si sforzi tanto, non riesce ad andare a letto. Non bastano neppure “il mare, la luna, Baglioni, il vino, la cena, in tasca un portafortuna”. Tutto il brano (musicalmente, un flamenco, proprio come dice il titolo), è un lungo discorso interiore che alterna momenti comici ad altri drammatici, ma sempre con un’ironia di fondo, fino a quando non si viene a scoprire l’argomento principale.

E poi c’è la dedica al padre, Alberto Silvestri, l’uomo che disse per lui “Quando entro in casa e sento musica, so che ci sei, perchè sei fatto di musica. Come per sua madre, tua madre era di jazz, e per mio padre, io teatro e penna. Tua madre è ancora jazz, io sono ancora penna: spero che tu resti musica ogni giorno”. L’Uomo Intero è una toccante ballata al pianoforte, sincera, che sa descrivere un rapporto stupendo su un piano molto umano. E che sa parlare di quella paura che solo un padre può capire, quella paura di non essere all’altezza, di poter sbagliare nel tentativo di rendere fieri, di non reggere il confronto, fallire. O, come dice Silvestri con un tocco di genialità, di essere “invece che intero parzialmente scremato”.

Soprattutto sapeva sorridere
ogni volta che avevo paura
E io di paura ne avevo davvero
convinto com’ero di essere stato
per tutta la vita invece che intero
parzialmente scremato
Io di paure ne avevo a decine
ma fino alla fine le ho chiuse nel cuore
soltanto quell’uomo sembrava capire…
Quale fosse il dolore

L’uomo intero

Passa solo un anno e viene pubblicato Prima di Essere un Uomo, un album compatto e completo, pieno di quelle canzoni che noi definiamo “essenziali”. Abbiamo, espressi alla massima potenza, tutti quei lati che caratterizzano alla perfezione quest’artista (nella grafica, infatti, abbiamo usato 3 diversi colori). Il disco si apre col Silvestri politico, socialmente impegnato, che usa come arma i suoi testi pungenti: L‘Uomo col Megafono, cantata sul Teatro dell’Ariston mostrando al pubblico dei cartelli colorati (come Bob Dylan in Subterranean Homesick Blues), si classificò ultima, e non venne capita. Era qualcosa di molto diverso dalle altre canzoni del Festival, inversa alle altre: il testo è infatti ben superiore alla musica, una base rock non delle migliori tra i pezzi di Silvestri. La politica c’è ancora anche altrove, come nella distopia di Marzo 3039, piena di influenze cinematografiche (una Londra strutturata in strati, dove la gente non esce di casa). Ma il crescendo del finale dimostra l’intento dell’intero album di scavare in travagli, gioie e paure interiori, nel narrare i quali Daniele si racconta senza remore, col suo punto di vista contemporaneamente ironico, realista e incantato.

Daniele Silvestri album

Basta andare avanti di un brano per avere il Silvestri ironico, geniale, a trattare argomenti quotidiani con ottimi arrangiamenti. Le cose che abbiamo in comune, successo dell’estate del ’95, parla in modo apparentemente leggero di quella nebbia che abbiamo in testa quando siamo perdutamente innamorati. Quella che ci manda alla ricerca delle cose in comune con la persone per cui abbiamo preso una cotta, senza rendersi conto che magari, se esistono, sono di una banalità assurda (avere entrambi due braccia, due gambe, due piedi ed un solo cervello ci rende davvero così compatibili?). E quella che spesso non ci fa capire le cose più evidenti, ben riassunte in quel “e quando io piango, tu ridi…Troppo bello”.

E infine, il Silvestri intimista e profondo, presente in modo eccelso in due brani, Prima di essere un Uomo e Illuso. La title-track dell’album è un bellissimo brano al pianoforte sulla crescita (quante lacrime mi dai? Ne dimostro di meno. Non avevo pianto mai…Prima d’essere un uomo) che riassume in poco la visione del mondo dell’autore. La grandissima ed efficace cura per le musiche confluisce, sul finale, in un momento magico ed emozionante dove cori, pianoforte (suonato da Silvestri da quando era giovanissimo) e gli ottoni si intrecciano. Per ottenere questo risultato, un grande impatto nel sound è dato dal basso di Faso e dalla chitarra elettrica di Cesareo, come nel groove della già citata Le Cose in Comune o nell’assolo in stile Brian May di Lieve la Musica.

Illuso anch’io continuamente
confuso tra tante realtà
ma se scoprirò quella giusta, chissà
se poi l’illusione cadrà…
Se scoprirò che c’è una sola realtà
non credo che mi basterà

Illuso
Daniele Silvestri Il dado

E poi c’è Il Dado, una stupenda parentesi folle e sperimentale della discografia di Silvestri, precursore di un certo indie italiano (prima che fosse pop). Un doppio album pieno di idee, di originalità, e di suoni imprevisti, acidi, grunge e distorti, con alcune registrazioni fatte in casa e jam session con Max Gazzè al basso. Il dado del titolo e della copertina è il simbolo dell’incertezza, della precarietà, dell’imprevedibilità della sorte. Non tutti i brani sono perfetti, ma il disco ha come punto di forza un’enorme varietà di suoni e generi musicali, di fantasia (sì, un po’ disordinata) e una serie di testi incredibili in cui Silvestri parla…Di tutto, senza alcun limite. Vengono cantati i lunghi viaggi in macchina nelle strade pugliesi (Me fece mele a chepa), storie d’amore, racconti di guerra (La Bomba), i pensieri di chi vuole fuggire (la bellissima Olanda), e addirittura c’è una canzone sulla cacca (Sogno-B, un mezzo rap come solo Silvestri può scrivere), sempre in modi originali e in equilibrio tra la tradizione della melodia italiana e un rock lo-fi figlia di band come i Sonic Youth. Gruppi che avevano un grande successo sui giovani, all’estero, ma che in Italia non scalavano classifiche o finivano in radio.

Il Dado è quell’album dove una canzone apparentemente leggera come Samantha, un casuale incontro con una bella ragazza in coda alle poste, può trasformarsi in un attimo in una riflessione sulle passioni non durature e sulle contorte “regole” che ci ha imposto la società per conquistare una ragazza. La qualità della penna di Silvestri è sempre altissima, piena di riferimenti e con attente scelte metriche, mentre la band si muove con assoluta leggerezza tra vari generi, passando dal grunge dei Nirvana allo jazz di Paolo Conte. I momenti più iconici li troviamo nell’inno rock di Cohiba (il brano finale di ogni live di Silvestri, dove nel ritornello viene coinvolto tutto il pubblico) in cui è narrato con trasporto e sofferenza il mito di Che Guevara, la sua nascita e la sua perdita, attraverso alcune immagini ben costruite e veramente coinvolgenti. Un ideale che viene definito “un’impossibile coerenza”, senza cadere nel fanatismo o in alcun tipo di propaganda. Più intima e personale è invece l’altro pezzo forte dell’album, Strade di Francia: una canzone sulla disillusione, malinconica, delicata e perfettamente arrangiata. “E allora adesso che ogni cosa ha un nuovo nome, e questo nome me lo insegni tu, com’è che vivo ancora tra una chiesa e una stazione e i miei occhi, i miei occhi…Non ritornano blu?”

Una voce chiara ed argentina, che fu fuoco e medicina

Come adesso è amore e rabbia per me

Cohiba
Daniele Silvestri album

Con Sig. Dapatas torniamo a una forma-canzone più classica, un contenuto numero di brani e con delle sonorità più leggere, ma che continuano a volte a stupire: c’è anche qualche traccia delle sperimentazioni dell’album precedente che troviamo nella lingua completamente inventata parlata in Adesso Basta e nel lento progredire della bellissima Sono Io. Il bridge di Tu non torni mai, grande brano cantato con Giulio Corda, è in pieno stile Lucy in the Sky with Diamonds e mostra le forti influenze dei Beatles (qualche anno dopo, durante la conclusione di Samantha, Daniele canterà Dear Prudence). Il disco si apre con Aria che, senza troppi dubbi, è il suo Capolavoro. Musicalmente ricorda le atmosfere di qualche brano dei Radiohead, molto oscura, amara, e di fortissimo impatto emotivo. Addirittura in alcuni punti è sorprendentemente scarna nell’arrangiamento, per poter dare ancora più peso alle parole: per la seconda volta sul palco dell’Ariston il pubblico non apprezzerà; la critica, invece, consegnerà al brano il premio Mia Martini e Volare. Questa è la storia di un ergastolano all’Asinara, e della sua vita fatta di ormai di poche ore d’aria, di progetti irrealizzabili, e di sporadici momenti felici da consumare fino alla fine. Dopo varie letture, sembra quasi la storia una fuga: un carcerato che si finge morto per poter uscire di prigione. Una canzone che, col suo incredibile e straziante crescendo, riesce a smuovere qualcosa nell’animo dell’ascoltatore. “Respiro lento, aspetto il vento…Il mio momento arriverà”.

Daniele Silvestri

Nei due album di inediti degli anni 2000, Silvestri ha degli alti e bassi (Unò-Dué viene molto ben visto, mentre Il Latitante, nel 2007, è generalmente considerato dalla critica una delusione), ma continua, pur cadendo a volte nei brani minori e abbandonando influenze e sound dei suoi anni’90, ad aggiungere bellissime canzoni nei suoi tre “filoni”. E ci inserisce anche, in modo quasi inaspettato, due brani pop che diventano tormentoni, ritornelli da cantare d’estate, che conoscono tutti e che ti ritrovi come sottofondo al supermercato. Salirò, un po’ funk, un po’ disco, con quel ritornello perfetto, porta con sé solo una apparente allegria: come dichiarato dallo stesso autore è una canzone sulla lenta uscita dalla depressione dopo la morte del padre, con una dichiarata vulnerabilità. Orecchiabilissima, tremendamente pop, accompagnata da un bizzarro balletto, ma con un giro di accordi e una struttura affatto banali per la musica italiana. Molti non saranno d’accordo, ma l’unione di stili così diversi (pizzichi di acid jazz nelle strofe e di musica italiana anni ’70 nel bridge) rende Salirò il pezzo del disco più vicino alle intenzioni de Il Dado. Anche questa volta una posizione bassa a Sanremo, ma il singolo diventerà in poco famosissimo, fino a renderla una delle canzone italiane più famose degli ultimi anni. La Paranza, invece, è un brano furbo, capace di dividere persino i fan. E’ spagnoleggiante, ancora più orecchiabile del precedente successo, un leggerissimo tormentone assicurato, che, solo dopo vari ascolti, si rivela più profondo del previsto: c’è un particolare parallelismo tra storie di latitanti dalla giustizia e dalle ex mogli. Ed è praticamente tutta con la stessa rima della “nza”.

Salirò Daniele Silvestri

Da Unò-Dué, l’intimista L’autostrada è un altro degli apici della carriera di Silvestri. Una storia d’amore, romanzata e narrata come pochi sanno fare in una canzone, in cui tutta la forza sta nell’ambientazione. Un’ambientazione descritta con poche pennellate, incredibili e scelte magistralmente (La casa era giusto al confine tra il vento e la sete, un posto abitato da fate e da poche altre forme di vita ugualmente concrete), che è italiana come poche: uno di quei piccoli paesini, al margine di tutto, fuori dal tempo. Silvestri l’ha scritta a Pagliara, comune siciliano con poco più di mille abitanti, ma chi non è mai passato in un paese simile, chiedendosi come sia la vita di quelle persone che ci abitano, che sembrano avere così poco da offrire? Quanto è lontano, per loro, il sogno di un’autostrada? E’ sensazionale come sia proprio questa scenografia a rendere l’incontro finale incredibilmente potente, con quel dialogo cantato proprio con sua moglie Simona Cavallari, così irreale e pieno di poesia. Si alternano due Silvestri, con un’ottava di differenza, su una musica stupenda ed ipnotica.

A volte succede qualcosa di dolce e fatale
come svegliarsi e trovare la neve
o come quel giorno che lei mi sorrise
ma senza voltarsi e fuggire.
Vederla venirmi vicino fu quasi morire
trovare per caso il destino
e non sapere che dire,
ma invece fu lei a parlare.

“Mi piace guardare la faccia nascosta del sole
vedere che in fondo si muove
dormire distesa su un letto di viole” mi disse
e a te cosa piace?


“Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre
volare lontano
sentirmi rapace, capace di dirti ti amo
aspettiamola insieme l’estate”
E intanto volevo sparire
pensando alle cose che avevo da offrire
l’incrocio
la casa
la chiesa
la croce
l’incrocio-la casa-la chiesa-la croce
ed in più lo spettacolo atroce di tutta…
la gente che passa ci guarda e prosegue veloce
ci osserva e prosegue veloce
magari sorride, ma sempre prosegue veloce

L’Autostrada

A descrivere invece la fine dello stesso amore, ci pensa qualche anno dopo Sulle Rive dell’Arrone, lenta a riflessiva. Un monologo interiore, con tutti i suoi punti che non tornano, tutti quei ricordi che si attorcigliano, tutte le incoerenze. Quella Lei che diventa in pochi minuti malattia, convalescenza, e poi la sua filosofia, la persona che dava un ritmo al tempo. La sua destinazione. La musica si adatta benissimo ai pensieri e li segue con grande fiducia, diventando molto dura e rock nei momenti in cui i ricordi si fanno dolorosi, e poi tornando lenta e acustica quando in modo ciclico questi pensieri cominciano a ritrovare una calma.

E meno male che ho l’istinto e l’abitudine
ad arginare questo vuoto di inquietudine
perché se avessi meno cose per cui correre
dovrei guardare in faccia il buio…
Farmi raggiungere.

È vero era lei
La mia destinazione
Io come un pendolare
Dentro la sua stazione

Sulle rive dell’arrone

Il Silvestri politico, pur essendo giudicato a volte fuori tempo massimo, trova in Unò-Dué un nuovo inno di battaglia, che questa volta vira più sul sociale: Il Mio Nemico. Partendo da una campionatura dagli Inti Illimani, Daniele delinea il profilo del suo nemico, che non ha divisa, e che non è il diverso ma è proprio tra noi. Ed è proprio come noi: forse quando canticchiamo il ritornello stiamo puntando il dito anche su noi stessi. “Il mio nemico mi somiglia, è come me, lui ama la famiglia e per questo piglia più di ciò che da”: come nella canzone scritta per Emergency Ad esempio in Sierra Leone in cui addirittura ammette “e io che a casa ancora gioco a fare la rivoluzione e invito sempre gli altri a chissà quale ribellione…io vorrei vedermi a stare un po’ di tempo là” Silvestri sa di non essere al di fuori del problema.

Daniele Silvestri

Il prolifico decennio comprende anche altri tre album, che aggiungono nuovi tasselli importanti nella discografia di Silvestri. Il Livre Transito, registrato e pubblicato nel 2004, oltre ad una serie di incredibili esibizioni dal vivo contiene ben tre inediti: Kunta Kinte, scritta partendo da un gioco di parole scritto da Frankie hi-nrg mc, Il secondo da Sinistra e Il Fiume e la Nebbia. Queste ultime due appaiono come alcune tra le sue canzoni più intime e personali, ma sono in realtà scritte per altri anni prima e state interpretate da Mina e Fiorella Mannoia. “No, non è questione di mancanza di coraggio, né in questo modo io mi sento particolarmente buono e saggio, è che non voglio essere l’ostaggio di nessuno: io sono uno e intorno ce n’è molti di più, così che se vuoi vedermi devi cercarmi tu. Io, sono quello nella foto, vedi, il secondo da sinistra in piedi.” appare l’incredibile manifesto di chi un tempo fuggiva dalle masse, per timidezza o scelta: forse un messaggio che per onestà ha poco senso, ora, mettere su disco.

Occhi da Orientale e Monetine, pubblicati nel 2000 e nel 2007 sono due raccolte che includono anche arrangiamenti di vecchi brani e canzoni inedite. Nel primo caso, la nuova maturità di Silvestri rinvigorisce alcune brani da quel primo album ancora leggermente acerbo: su tutte, Idiota mostra tutto il suo vero potenziale, scrollandosi di dosso un ritornello che non riusciva ad aggiungere abbastanza e rivelandosi l’inno di chiunque abbia mai avuto paura di essersi “svegliato tardi”. Occhi da Orientale e Senza far Rumore sono invece due canzoni talmente capaci di creare un’atmosfera unica da legarsi autonomamente a ricordi ed episodi di vita, creando gioia o nostalgia. In particolare, Silvestri utilizza il testo di Occhi da Orientale, scritto quando era un ragazzino, per togliersi una soddisfazione e pubblicare un brano adolescenziale sia nel cantato che nell’arrangiamento, mescolando flauti, violini e chitarre come non aveva mai fatto e mai farà.

Daniele silvestri

Ai tempi di Unò-Dué, effettivamente un vero compendio di influenze e stili, Silvestri dichiarava in un’inervista a Ondarock “non nego che vorrei puntare, col tempo, a soluzioni più omogenee, ad album più compatti”. S.C.O.T.C.H. (2011) e Acrobati (2016) sembrano esaudire questo desiderio, prediligendo un ascolto d’insieme piuttosto che delle singole canzoni. S.C.O.T.C.H ha una grande leggerezza dei suoni, con uno solo brano dove al centro sono le chitarre elettriche (Monitor), ma leggendo i testi appare quasi come un piccolo concept album, che traccia dopo traccia segue in modo omogeneo due trame parallele: storie di una moderna Italia con i suoi problemi e le sue virtù, e storie più intime e personali, legate anche alla fine della relazione con Simona Cavallari. Tra queste 18 canzoni ci sono brani pop (Ma che discorsi), lente ballate, cover (Io non mi sento italiano) e versioni moderne di vecchi brani (La chatta, geniale rifacimento in chiave moderna di La Gatta di Gino Paoli): sicuramente, però, uno degli episodi migliori lo troviamo nella canzone che apre il disco. Le Navi è una ballata al pianoforte che non arriva alla durata di 2 minuti e incrocia le due trame dell’album, le sovrappone e fa sparire quel confine tra privato e comune. Una storia di migrazioni, viaggi, di gente che va via dal nostro Stivale, ma anche di “ripartenze da zero”, di momenti personali di un uomo che tenta di ricreare la propria vita. A Sornione, duetto con Niccolò Fabi, spetta il ruolo di fredda e dura riflessione sulla realtà dei giorni nostri: ancora più meravigliosa dell’originale è la consiglio l’ascolto della versione dal vivo dal tour con Niccolò Fabi e Max Gazzé.

Daniele Silvestri acrobati

Acrobati, subito acclamato dalla critica, ha la lunghezza, e le idee, di un disco doppio: 18 brani, un’ora e un quarto di musica. Mancano un po’ le chitarre elettriche e quel dolce disordine del passato, ma il nuovo Silvestri ha lo stesso sguardo sognante sul mondo e la bravura per piazzare, in fila, i tre colpi migliori del disco: La Mia Casa, Acrobati (che riprende un tema già toccato di sfuggita in Dipendenza, 14 anni prima) e Quali Alibi. Un brano fantastico, veloce e rock, dove Silvestri si diverte come non mai a giocare con le parole in un gioco di perfetti incastri linguistici. Rime, piccola eccezione che contraddistingue tutto il disco (“A quarantasette anni mi sento, oltre che meno predisposto, anche molto meno in diritto di raccontare il presente.”), tutte incentrati sull’attualità, come nei riferimenti al governo di terza mano che neanche posso non votare perché non votiamo. Monolocale mostra una inaspettata influenza di Frank Zappa, graffiante e doloroso monologo al femminile su una base ipnotica e trascinante. La “dimensione fanciullesca” in cui Silvestri vuole portare l’ascoltare è fatta, a differenza del passato, di racconti che scorrono come flussi magmatici, a volte senza neppure un ritornello, e dimostrano un nuovo metodo di scrittura delle canzoni, dove i testi arrivano per ultimi.

Daniele Silvestri La Terra sotto i piedi

E così giungiamo alla tappa finale, La Terra sotto i piedi, che, festeggiando il venticinquesimo anno di carriera, suona come la perfetta chiusura di un percorso iniziato da tempo. Quest’ultimo album di Daniele Silvestri è l’abbandono di quella compattezza e omogeneità ricercata nei precedenti due lavori per tornare a divincolarsi tra tematiche e suoni, mai così tanto curati, diversissimi tra una traccia e l’altra. Brani che hanno, inaspettatamente, al centro l’elettronica sono affiancati a morbidi arrangiamenti da camera (la dolcezza di L’ultimo desiderio) o canzoni acustiche piene di orchestrazioni, ottoni, archi: il tutto con l’assoluta naturalezza di sempre, e il piglio di un cantautore che torna a parlare (anche) del presente. Silvestri canta in Argentovivo, canzone dura e cruda portata a Sanremo senza neppure un ritornello (e che lo ha reso l’artista italiano che può vantare più premi Mia Martini in bacheca), usando il punto di vista buio e apparentemente senza via di uscita di un sedicenne moderno, con problemi d’attenzione, chiuso in una serie di gabbie che lo fanno sentire limitato e oppresso; in Blitz gerontoiatrico è nei panni di un anziano che no, si sta sforzando ma proprio il mondo della trap proprio non lo capisce. Scusate se non piango, con tutti i suoi cambi di tempo e un fantastico videoclip, fa sorridere ogni suo vecchio fan raccontando la storia di un giovane attivista che d’improvviso si innamora e comincia a disinteressarsi completamente della politica (Anzi scusate se succede che ogni tanto/ nel pieno dello sconto, canto/è che mi sono innamorato). Ma l’autoironia è anche al centro del “tunz tunz” di Complimenti ignoranti, dove a parlare è un vecchio fan del cantautore, ora hater sui social network perché non si rispecchia più negli ideali e nelle scelte artistiche di Silvestri. Un gioco divertente che si trasforma in un’ironica autocritica, dimostrazione di quel non prendersi mai sul serio che lo ha sempre contraddistinto (Ti è mai venuto in mente, che a forza di gridare/Hai più di cinquanta anni, dovresti riposare/E invece, ancora col megafono/Ma che malinconia!).

Mi manca la terra sotto i piedi
Un solido riferimento in basso da cui attingere conforto
Anche quando non lo vedi
La base da cui puoi spiccare un salto
Sapendo che al ritorno la ritrovi
Mi manca molto più del desiderio di scoprire mondi nuovi
La terra sotto i piedi
Tu ancora non ci credi, ma servono radici
Mi serve gravità, la stessa che negavo fino a ieri
Quando predicavo di essere funamboli sospesi

Concime

Ma la più grande sorpresa arriva con Concime, fulcro e chiave di lettura di tutto l’album, dove Silvestri si supera e piazza una delle sue migliori canzoni di sempre (non facile, al nono disco). Intima, personale, prova della nuova maturità e di uno sguardo dolce verso un mondo che non c’è più, Concime parte guidata da voce e pianoforte e poi d’improvviso trascina l’ascoltatore in un mondo oscuro onirico dove violini, ottoni e oboe sono protagonisti di un meraviglioso crescendo. La chitarra acustica di Niccolò Fabi, il sax di James Senese (capace di dare un’atmosfera anni ’80 a Rame), la batteria Fabio Rondanini, e tante scelte di arrangiamento di cui appare il reale significato dopo qualche ascolto rendono il disco suonato e prodotto magnificamente, ma soprattutto ispirato e pieno di spunti.

Il viaggio, per ora, si conclude qui. La nostra speranza è che a fine lettura sentiate sia valsa la pena immergersi nel Mondo di questo artista e che abbiate scoperto tante nuove belle canzoni orientandovi con questa “mappa” in una discografia che comprende un centinaio di brani e tanti pezzi fantastici. Se per caso ve li foste persi per strada o se vi siete direttamente fiondati sul finale per poter, giustamente, lasciare parlare le canzoni, le playlist Spotify e Youtube da noi citate sono qui e qui. Prima di concludere teniamo a ringraziare i Testardi, il gruppo dei fan di Silvestri, che ci ha riempito di parole stupende e di incoraggiamento per questo nuovo progetto, e che ha dato un grandissimo aiuto nella stesura delle playlist. Buona Musica!

Daniele Silvestri

3 pensieri riguardo “L’uomo col Megafono: conoscere la Musica di Daniele Silvestri”

    1. Ciao, grazie mille! 😀 C’è stato un enorme lavoro dietro questo articolo, quindi ci fa davvero tanto piacere che ti sia piaciuto! A presto, buona domenica 🙂 (P.S. bel sito il tuo!^^)

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.