“Però la vita, com’è bello poterla cantare”: il vero rock italiano di Lucio Dalla.

Un viaggio musicale attraverso uno dei più bei dischi italiani, quello di Cara, Futura, Balla Balla Ballerino e altri piccoli gioielli del rock nostrano.

Lucio Dalla

Oggi è il 4 Marzo. Quel giorno in cui è impossibile non ripensare all’omonimo terzo posto sanremese che poi si sarebbe trasformato in uno dei brani più famosi e noti della musica italiana. E, ovviamente, è quel giorno in cui non si può non pensare a Lucio Dalla, nato proprio in quella data del 1943: presto sarebbe diventato un clarinettista che si esibiva giovanissimo, non tra porti e marinai ma in una vivacissima Bologna. Di lì a poco sarebbe stato invitato a suonare con Chet Baker, sarebbe stato abbinato a Sanremo agli Yardbirds di Jimmi Page e Jeff Beck. Sembrava seguire un percorso sconclusionato e tutto suo (si potrebbe ben dire “dalliano”), lontano dalla fama e dal riconoscimento del pubblico, che al Cantagiro 1964 gli lanciava i pomodori tra i tanti fischi. Più tardi però sarebbe diventato uno dei più noti interpreti, musicisti, cantanti, showman, italiani. Chissà se, prima del Sanremo del 1971, se lo sarebbe mai aspettato.

Lucio Dalla anni 60 4 marzo
Foto da MusicLike

Adesso facciamo qualche passo avanti. No, non troppo avanti: non siamo ancora alla celeberrima Caruso, al disco con Gianni Morandi, ad Attenti al Lupo, al parrucchino e a Canzone. Siamo nel 1980, nel periodo più prolifico dell’autore, nella spettacolare e stupenda trilogia Com’è Profondo Il Mare/Lucio Dalla/Dalla. Lucio Dalla aveva appena cominciato a scrivere canzoni, alla conclusione di un periodo sperimentale e interessantissimo in cui i testi glieli scriveva il poeta Roversi, e già componeva degli autentici capolavori destinati a restare nella Storia della musica italiana. L’album di cui vogliamo parlare oggi è l’ultimo dei 3, l’omonimo Dalla. Da quel momento in poi Lucio non sarebbe stato più lo stesso: forse vi piace di più, forse no, ma quel disco chiude un grandioso percorso artistico, e lo fa nel modo migliore: con otto splendide canzoni.

Ad affiancare Lucio ci sono Ron e i futuri Stadio. Dal connubio di questi musicisti scaturisce un sound italiano ma, al tempo stesso, internazionale, da cantautore ma anche rock, delicato quando serve ma anche molto potente all’occorrenza. Un sound che caratterizza il disco nel suo insieme e che lo rende riconoscibile. Ci sono momenti leggerissimi con la chitarra acustica, i vocalizzi tanto cari a Dalla, molte incursioni del sax, ritmi che accelerano improvvisamente e tanto spazio per le chitarre elettriche. Il sound che ne deriva è sicuramente una delle prime grandi motivazioni per ascoltare questo disco, e amarlo, perché non si trova altrove ed è sicuramente inimitabile..

E poi ci sono le canzoni, piene di storie, di personaggi unici e assolutamente inediti, e grandi emozioni. Ed è impossibile non citarle tutte. Aprono il disco proprio i ritmi rock di “Balla balla ballerino” e quel riff che non può non entrare in testa. Musicalmente, un brano perfetto. Il protagonista è un giovane pacifista ballerino, a cui Dalla esorta di non fermarsi mai di ballare. Anche se è notte, anche se gli puntano le pistole addosso. Per dimostrare al mondo che in fondo se stiamo respirando non significa che siamo tutti “vivi” davvero. A volte basterebbero le parole di una canzone d’amore, e nel meraviglioso finale del brano, prima di quel minuto strumentale che potrebbe anche non finire mai (è ipnotico), arrivano anche quelle, più vere che mai.

Ecco il mistero
Sotto un cielo di ferro e di gesso l’uomo riesce ad amare lo stesso
E ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione, che tenerezza

Poi arrivano Sonni Boy e Fortuna, la misteriosa coppia del Parco della Luna, il brano più dichiaratamente rock del disco, in un clima molto particolare che si apre proprio con i suoni delle giostre, malinconici e surreali, pieni di ricordi. E’ proprio il momento giusto, dopo questa canzone, di far partire La sera dei miracoli e cambiare totalmente genere. Togliere le chitarre e lasciar parlare l’atmosfera, magica e sognante, per narrare l’incanto di una notte nella capitale d’Italia. Dalla è dolce, leggero, incredibile nel tratteggiare da un punto di vista tutto suo le luci, i passi, i sogni e gli amori appena nati di quelle sere magiche d’estate. E lo fa anche con un’interpretazione vocale e una melodia splendida, in cui dimostra tutta la sua abilità canora.

È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma
Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande
Nella notte che sta per finire
E la nave che fa ritorno
Per portarci a dormire

Con Mambo siamo giunti ad un brano che racconta la fine di un’amore in modo particolarmente tragicomico, alternando momenti (anche musicalmente) profondi e tristi a “simpatiche” metafore surreali (Dov’è la diva del muto/è una minaccia per tutti il suo cuore, il suo cuore ad imbuto), che trasformano anche la canzone che può apparire più un “riempitivo” un piacevole ascolto in preparazione del Lato B dell’album. Adesso respirate qualche secondo e preparatevi ad immergervi in questi ultimi 20 minuti di musica, che stiamo per toccare alcune vette irraggiungibili della musica italiana, e non c’è nota o parola che possiamo perderci.

Lucio Dalla clarinetto
VanityFair

Si comincia con Meri Luis, definita dallo stesso Dalla la sua canzone più autentica e vera, reinterpretata anche con Marco Mengoni negli ultimi anni. Ed infatti ci troviamo davanti un brano che è musicalmente la summa di tutto il meglio di Dalla, che si diverte a prendere 6 personaggi, molto e diversi e disegnati da poche e particolari pennellate (“Il regista aspettava la star al ristorante/sembrava un morto con in mano un bicchiere”), e li butta tutti insieme nel traffico, nella monotonia di una giornata come tutte le altre. Come se fosse la scena di apertura di un film. Poi, mentre la musica cresce di bellezza ed intensità, Dalla decide che è il momento di “fermare il giro” e rompere gli schemi di ogni esistenza, e dà una conclusione a tutte le piccole storie, chiedendosi infine cosa farà lui, della sua vita. Un brano stupendo e carico di energia, una lezione su come scrivere una grande canzone.

Questa vita che passa accanto e con le mani ti saluta e fa bye bye
questa vita un po’ umida di pianto con i giorni messi male
vista dall’alto sembra un treno che non finisce mai.
Neppure se è coperta dalla neve
o se sparisce sotto terra e non si vede
si ferma un attimo
Ma, dio mio, e se si provasse a trattenere il respiro
se si cercasse, se si provasse, di fermare il giro.
Adesso, mio dio, dimmi cosa devo fare
se devo farla a pezzi questa mia vita
oppure sedermi e guardarla passare
Però la vita com’è bella
e come è bello poterla cantare.

E poi c’è Cara. Niente da fare, è difficile per chi scrive tentare di essere minimamente oggettivo, considerando che penso da tempo che questa sia la più bella canzone italiana (ho passato un’estate intera ad ascoltarla ogni sera per dormire). Però ci proverò comunque. Inizialmente chiamata “dialettica dell’immaginario”, Cara è un flusso di pensieri continuo, una lettera (d’amore ma non solo) dolce, spontanea, diretta, ed è, in modo innegabile, una piccola poesia in musica. Musicalmente, grazie ai due arpeggi di chitarra che si fondono e incrociano, è capace di creare un forte senso di malinconia, speranza, inadeguatezza, forza, accettazione e tantissimo altro: emozioni così belle ma distanti, tutte in poco più di 5 minuti. Provate a sentire qualunque cover della canzone: chi mai è riuscito a rendere con la stessa intensità quelle prime parole “cosa ho davanti, non riesco più a parlare” cantate e narrate in quella maniera unica? Inoltre qui Dalla dà il meglio di se nelle tante immagini che crea con le parole, fino a chiudere la lunga dedica con l’arrivo del mattino e con poche parole a concludere tutta la rete di pensieri contrastanti in cui l’innamorato era rimasto intrappolato: “Buonanotte Anima mia, adesso spengo la luce…E così sia.” Stupendo.

Come penultima traccia, Dalla ha l’ennesimo colpo di genio: Siamo Dei può sembrare, dai primi secondi, un riempitivo simpatico e orecchiabile ma è destinato anch’esso ad un crescendo inaspettatamente rock che si mostra dopo un dialogo tra un essere umano e alcune divinità. Il primo si fa sempre meno macchietta e diventa, frase dopo frase, più tridimensionale, mentre le seconde (che cantano sempre in modo svogliato, come fa notare la grande interpretazione) scendono sempre più in basso, e da “figli del sole”, mostrano le loro vere intenzioni.

Siamo dei e la tua vita è un inferno
o qualcosa di più atroce
potresti vivere anche tu in eterno,
se ti pentissi e se abbassassi un po’ la voce

Oh…! Brutta specie di aereoplano ma non ti accorgi che stando in alto vedi il mondo da lontano e per che cosa mi dovrei pentire di giocare con la vita e di prenderla per la coda, tanto un giorno dovrà finire e poi, all’eterno ci ho già pensato è eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato.

Così, con l’ottava traccia, siamo arrivati alla fine di questo lungo (ma speriamo piacevole) viaggio. Futura è un capolavoro riconosciuto, la storia (scritta in una panchina berlinese con a fianco Phil Collins) di due amanti nella Berlino divisa e dei loro dubbi, delle loro paure, su un futuro incerto ma pieno di speranza. Futura, così bella, la nostra Lei in miniatura, è il domani che Lucio Dalla sogna per l’umanità. Lo aspetteremo senza paura. 

Con la coda strumentale che caratterizza gran parte dei brani di questo disco, l’album si chiude. Sicuramente uno dei più grandi mai incisi in Italia: unico e irripetibile, con un sound rock tutto suo, senza aver bisogno di imitare ciò che veniva pubblicato all’estero. Da andarne fieri, per le poche volte in cui è accaduto in Italia, e per il risultato ottenuto: un ottimo mix di musica d’autore, rock e popolarità. Oggi, quatto Marzo, a 76 anni dalla nascita di Lucio Dalla e a sette dalla sua scomparsa, sembrava il giorno più adatto per condividere e (ri)scoprire questa piccola gemma.

Lucio Dalla 1980 album

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